Critica di Terasia Panagrosso

Nell’ultima produzione, Nicola Ancona, rivede e rielabora temi iconografici già affrontati, così densi e pieni di significato da dover essere, ancora una volta, sviscerati per tendere quanto più possibile ad una totale espressività e fruibilità. 

Filo conduttore, o meglio, fattore determinante di tutto il lavoro pittorico sembra essere quella dicotomia concretezza-evanescenza che fortemente si respira e si espande in gran parte delle sue tele, un bizzarro e strano binomio tra la materia e la sua stessa dissolvenza, fortemente caratterizzante. 

Le rappresentazioni di Ancona, che siano il paesaggio salentino o le immagini che affiorano da un mondo quasi visionario e fantastico, e in quanto tale irreale, sembrano essere la conclusione ad un bisogno. 

E’ il bisogno di librarsi in volo, il desiderio di liberarsi del peso delle cose terrene, di alleggerirsi da sovrastrutture e convenzioni, e di tendere verso una spiritualità che non sempre si riesce a conquistare, e quando ciò non succede lascia una sensazione di sconfitta, quasi un sentirsi vinti. Nuovo, pertanto, è quel senso di abbandono che 

Ancona traduce in un’accasciarsi al suolo; una sorta di caduta arrendevole dopo aver tentato l’ascesa verso una fine, rarefatta e leggera atmosfera dal chiaro e tenue cromatismo mediatore del caos e del disordine pure presenti nelle sue opere.

Terasia Panagrosso